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A trentanni dall'89

Scritto da Sivio Pons.

Non è mia intenzione imporvi oggi il rituale di una commemorazione dell'anno 1989, da aggiungere a quelle che già si sono consumare nelle scorse settimane. 

Ma ritengo utile cogliere l'occasione del trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino per svolgere qualche considerazione in chiave di memoria e di storia, come parte dei programmi di lavoro e di ricerca della Fondazione. Partendo da due considerazioni.

La prima è che il nesso retrospettivo tra il crollo degli Stati comunisti, la fine della guerra fredda e la nascita dell'unione Europea non sembra aver suscitato la rivisitazione e la riflessione critica che meriterebbe nella prospettiva del nostro presente. 

Le celebrazioni dell'anniversario hanno mostrato un panorama molto frammentato secondo linee nazionali, a mio parere più di quanto non fosse accaduto venti anni fa. In Germania la data ha ormai assunto il carattere simbolico che rimanda all'unificazione del paese dopo decenni di guerra fredda.

In altri paesi dell'Europa centrale e orientale è stata ignorata, come in Ungheria, o riletta fuori dall'aspetto transnazionale che apparve evidente ai contemporanei, come in Polonia.

In Italia si è ricordata la vicenda della fine del partito comunista italiano come un evento ormai lontano nel passato e ci si è interrogati (una volta di più) sui legami tra la fine della guerra fredda e il crollo dei partiti di massa, evento unico nell’E uropa occidentale .

Mi pare che questa frammentazione nazionale sia il segno di una difficoltà paradossalmente crescente, con il passare del tempo, ad assegnare al 1989 un significato unificante e più generale. 

Proprio nel momento in cui il periodo vissuto senza il muro dai berlinesi, ma anche dagli europei, ha superato in durata il periodo dell'esistenza stessa del muro (ventotto anni). 

Forse quel carattere generale è stato assegnato troppo frettolosamente? O più probabilmente, nell'Europa di oggi i molteplici significati dell'89 si sono dispersi e riaggregati in forme nuove? 

Sono interrogativi legittimi, che dieci anni fa non si ponevano.

Seconda considerazione. Il trentesimo anniversario dell’89 è stato preceduto da una impegnativa quanto controversa risoluzione del Parlamento europeo sulla memoria della Seconda guerra mondiale, approvata il 19 settembre 2019 in occasione dell'80 anniversario dello scoppio della guerra

Il nesso stabilito di fatto tra le due celebrazioni poteva essere rilevato, ma così non è stato. Eppure quel nesso rappresenta un'acquisizione del pensiero storico e fu molto presente nella coscienza di molti testimoni dell’epoca, vale a dire la visione di un "lungo dopoguerra" che per oltre quarantanni contrassegnò la storia europea e che ebbe fine appunto nell'anno 1989. Soltanto la fine della guerra fredda sancì davvero la fine di quel cono d'ombra e non a caso, tra l'altro, l'inizio di una più puntuale costruzione delle memorie della Seconda guerra mondiale.

Il documento in questione presenta invece una concezione selettiva della memoria proprio mentre reclama la costruzione di una "cultura della memoria condivisa". Non perché, è bene precisarlo, assuma la nozione di totalitarismo, che può avere un senso descrittivo anche se non analitico, ma per il carattere esclusivo e onnicomprensivo che eleva questa nozione a una chiave universale. 

Si fissa cosi la data d'inizio della Seconda guerra mondiale al 23 agosto 1939, cioè la data del Patto Molotov-Ribbentrop, invece che al settembre, come è nella realtà storica. Con la conseguenza che, mentre si condannano revisionismi e negazionismi, e anche le tendenze xenofobe, razziste e antisemite, si alleggeriscono le responsabilità di Hitler e della Germania nazista per lo scoppio della guerra, che sarebbero invece da condividere pienamente con Stalin e l'Unione Sovietica.

In altre parole, questa contraddittoria memoria storica promossa da un'istituzione politica, che vorrebbe proporsi come un antidoto alle involuzioni illiberali dell'Europa (orientale) dei nostri giorni, e anche come un baluardo antirusso usando i toni di un’altra epoca, appare invece inefficace e ambigua proprio sotto tale profilo.

Il suo richiamo indiretto all'89, vale a dire la visione retorica dell'allargamento dell’UE come un ritorno "alla famiglia europea di paesi democratici liberi" dei paesi dell'Europa orientale, appare a sua volta acritico e persino involontariamente ironico alla luce della riedificazione dei muri messa in opera dai sovranisti europei ai loro confini con il resto del mondo, percorso dalla crisi globale dei flussi migratori.

Tutto ciò rimanda, mi pare, alla incertezza e frammentarietà delle celebrazioni dell'89, alla quale accennavo, e con esse costituisce la spia inquietante di un vuoto di cultura politica e storica. 

Ma forse tutto questo ci porta anche a ripensare l’89. Forse dovremmo riconsiderare l’89 in una prospettiva diversa, come qualcuno ha suggerito, cioè come un evento che non presenta soltanto i significati del trionfo della democrazia liberale, del "ritorno in Europa" e della vittoria dell'occidente, ma anche significati opposti destinati a emergere nel tempo.

In questa luce, le tendenze illiberali nell'Europa di oggi non esprimerebbero soltanto una inversione anti-89, ma l'epifania di fenomeni allora (e per un quarto di secolo) non adeguatamente compresi.
Oggi vediamo meglio le implicazioni globali e di lungo periodo del 1989 in Cina e meno chiaramente quelle delle contemporanee elezioni in Polonia, che registrarono l'affermazione di Solidarnosc e dettero vita al primo governo guidato da un non comunista nell'Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale. 

Per molto tempo, e ancora nel ventesimo anniversario del 2009, il massacro di Tienanmen è stato visto come un episodio drammatico e cruento destinato però a restare entro i confini della modernizzazione cinese. Uno scenario alternativo credibile e pericoloso, persino un contro-89 che alcuni leader comunisti, come Ilonecker, considerarono di poter replicare in Europa. 

 Quella risposta repressiva di un establishment assediato e nazionalista non ebbe però ripercussioni in Europa grazie a Gorbacev (così vuole la narrazione che tutti abbiamo adottato) e segnò esclusivamente la traiettoria postsocialista della Cina. Il fatto è che nel tempo l'alternativa cinese del 1989 ha dato forza al paradigma della combinazione tra mercato e autoritarismo, e anche tra autoritarismo e prosperità

La memoria del 1989 europeo come un evento catastrofico e deprecabile, ancor più nella sua connessione con il 1991 e la fine dell'Unione Sovietica, si è incardinata nella cultura politica cinese, oltre che ovviamente nella Russia di Putin.
Nello stesso tempo, dubbi e perplessità si addensano sull'idea che il 1989 abbia segnato una svolta nella nozione stessa di rivoluzione, modificandone per sempre il senso nel vocabolario degli europei. 

Il carattere violento e ideologico delle rivoluzioni europee, molti hanno sostenuto, venne messo in soffitta dal carattere pacifico e apolitico del 1989. I cambiamenti di regime furono rivoluzionari e non violenti, quindi implicarono una trasformazione semantica

Ma il 1989 ci è apparso retrospettivamente sempre più sotto l'aspetto del collasso degli Stati, sempre meno sotto l'aspetto della mobilitazione spontanea di massa, anche laddove essa fu autentica (cioè quasi esclusivamente nella Germania orientale).  

Gli establishment comunisti avevano da tempo smarrito la propria ragion d'essere e quelle sezioni ancora in grado di esercitare quote di potere informale si preparavano al gattopardismo del passaggio al mercato. 

Le riforme di Gorbacev consentirono la transizione pacifica dall'alto, ma furono anche un fattore destabilizzante decisivo. 

Respingendo l’eredità della sovietizzazione e riconoscendo che i regimi dell’Europa centro-orientale non potevano più essere difesi con la forza, Gorbacev decretò di fatto la fine dell’esperienza comunista.

Le acrobazie linguistiche di Timorhy Garton Ash circa la "rivoluzione evolutiva" altro non rappresentano un'opposizione interpretativa convincente a questa visione storica, lì cambiamento fu radicale, ma non il suo linguaggio, perché l’obiettivo non era sfidare la civiltà mondiale, bensì integrarsi in essa dopo l'estinzione del progetto comunista di una "modernità alternativa". 

La famosa definizione di Jurgen Habermas fu quella della “rivoluzione recuperante”, priva di idee innovative.

 Ma forse proprio questo era una sfida concettuale più complessa di quanto apparve allora. Era infatti in discussione la nozione stessa di un progresso storico lineare e progressivo che aveva caratterizzato il secolo, ma ciò investiva tutte le culture politiche, non soltanto il marxismo e il socialismo.

E ancora, la presenza del nazionalismo nell'anno 1989 è stata sistematicamente sottovalutata.

La formula della "società civile" fu sicuramente imperante e dettò il tono a molti discorsi dell'epoca, segnatamente quello di Vaclav Ilavel. 

Questi fu però anche l'unico esponente del dissenso intellettuale a giungere al potere e a rappresentare coerentemente l'idea della "società civile" contrapposta alla "società incivile" degli establishment comunisti. 

Nei paesi baltici o in Polonia, nella versione cattolica, il discorso nazionalista fu invece in primo piano e alimentò le tendenze a tracciare una linea di confine con la Russia. 

Il nazionalismo polacco prese a esercitare un'influenza rilevante in Ucraina. Il montare di un'insubordinazione nazionalista in Unione Sovietica fu una diretta conseguenza dell'89 non meno della delegittimazione del partito-Stato comunista.

Non da ultimo, in Yugoslavia il nazionalismo serbo emerse nell'establishment comunista in aperta opposizione alla perestrojka. 

Il "ritorno in Europa" avvenne nel segno di una nuova internazionalizzazione dei paesi dell'Europa orientale restituiti alla loro sovranità, in un modo paragonabile a quanto era accaduto nel 1919 dopo il crollo degli imperi centrali e dell'impero russo.

Ma questa stessa analogia storica suggerisce quanto fosse fragile e precario l'internazionalismo liberale del 1989.
 

Infine, il 1989 non dette vita a un ordine mondiale strutturato, sebbene la nascita dell'Unione Europea e lo strapotere degli Stati Uniti creassero allora l'illusione contraria

Lo shock globale e la trasformazione post­ industriale dell'occidente misero definitivamente alle corde le fragili economie socialiste, collocandole ai margini della modernità tardo novecentesca. 

Tuttavia, la nozione di un ordine unipolare post-guerra fredda doveva avere una durata limitata e molto più instabile di quanto previsto

Questa constatazione data all'inizio del secolo e al momento storico compreso tra l'attacco alle torri gemelle e la guerra americana in Iraq. Ma le sue radici sono precedenti.

La trasformazione geopolitica del biennio 1989-91 liquidò le idee gorbaceviane di un ordine mondiale riformato e interdipendente, ma nel contempo cancellò il problema stesso dell'assetto multipolare del mondo dall'agenda globale.

In Europa, questa premessa creò un automatismo tra l'allargamento dell'Unione e l'espansione della NATO, destinato a incentivare la sindrome della "democrazia sovrana" in Russia e le pericolose fonti di conflitto in Ucraina. 

Fuori d'Europa, 1989 cinese e la continuità del partito-Stato nella Cina post-socialista fu il presupposto della crescita della nuova potenza globale del nuovo secolo, con la conseguente concezione del multipolarismo come sfida all'occidente.

Tutto questo non significa, e non deve significare per la cultura politica e ideale che rappresentiamo, mettere una pietra tombale sulla visione del 1989 come liberazione.

L ’89 fu una trasformazione pacifica transnazionale, che ebbe luogo malgrado l’enorme potenziale di violenza e distruzione di massa esistente allora negli stati di polizia socialisti, e che si estese all'Unione Sovietica. 

Le retoriche della globalizzazione come occidentalizzazione del mondo hanno fatto velo a una lettura e una memoria più realistica di un evento che ha cambiato l'Europa in modi più controversi e ambivalenti di come noi stessi abbiamo ritenuto. Le onde lunghe dell'89 sono molteplici. 

Per oltre un decennio abbiamo assistito alla caduta di regimi monocratici e oppressivi su scala globale, dal Sud Africa all’America Latina. 

Non è stara l'irreversibile ondata democratica celebrata da Huntington e da tanti altri.

Ma esiste un nesso che sarebbe insensato disconoscere tra la liberazione dell'89 e le aspirazioni di libertà delle "comunità senza nome" che variamente si sono manifestate in diverse parti del mondo. 

Il punto è che tali aspirazioni si sono intrecciate con le forme più diverse di nazionalismo a base etnica, fondamentalismi a base religiosa.

Nuovi autoritarismi, dallo spazio eurasiatico al mondo arabo e altrove, nel solco di una storia profonda che lascia riaffiorare diversità culturali e sociali. 

Mentre la fine della "grande divergenza" tra la Cina e l'occidente, spostando crescenti porzioni del potere economico mondiale in Asia, ha di fatto messo in discussione il carattere universale degli ordinamenti democratici.

Visto in questa prospettiva, l'89 ci appare oggi, più che una rivoluzione fatale che avrebbe innescato processi globali ben definiti, un passaggio cruciale di fenomeni globali antecedenti, di lungo periodo e destinati a svelare eredità controverse nel nuovo secolo. 

I nodi non sciolti nell'89 non sono di portata inferiore ai nodi sciolti, che siamo abituati a connotare come la "riunificazione dell'Europa". 
Forse davvero è venuto il momento di archiviare la nozione del "secolo breve" e trovare altre strade per dare un nome al nostro passato.

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